Morte e resilienza: quando il dolore si trasforma in speranza

Spazio salute, settembre 2015

 

Quattordici anni fa, in un giorno uggioso di primavera, sono diventata mamma per la mia prima volta e dopo solo 3 giorni, questo bim­bo nato prematuramente, ha intrapreso un viaggio che non era di questo mondo, lasciando noi genitori in un dolore ancora oggi indescrivibile.

Da allora questo tema fa parte del mio lavoro: un tema difficile da affrontare con mamme e papa che piangono un figlio ingiustamente partito troppo presto o mamme e papa che affrontano questo tema con bambini e ragazzi all’interno di una famiglia dove si piange la morte di un genitore, di un fratello, di un nonno, di un compagno...

In entrambe le situazioni e un’esperienza umana unica che accomuna i genitori con figli di ogni età. L’adulto ha un suo approccio alia morte, ognuno di noi piange una scomparsa cara a modo suo e ognuno di noi si chiude o si apre al dolore con il suo stile. Quando si tratta di bambini da accompagnare in un percorso legato alia morte, incontro genitori che si sentono sprovvisti di mezzi per "surfare" L’onda del dolore e attraversare indenni un’esperienza cosi forte.

Le domande che mi vengono poste dipendono dalla situazione, ma anche dalla capacità dell’adulto di dialogare con le proprie emozioni.

Ci sono domande ricorrenti, le cui risposte vanno situate nel contesto del momento, le­gate all’età del bambino come pure alle occasioni di dialogo costruite negli anni. Queste domande nascondo paure e insicurezze le­gate al mondo delle emozioni e alle capacita che ognuno di noi ha di dialogare con questo mondo. Queste domande assomigliano a....: "Dobbiamo dire a nostro figlio che il nonno sta morendo?", "Come rispondere al figlio quando ti chiede: Mamma, anche tu e papa morirete?, E vero che il papa di Mattia e morto perché era ammalato?"... e sono tutte accomunate da due comun denominatori: da una parte il tema della fiducia, dall’altro quello delle "cose non dette", o meglio delle cose che andrebbero in ogni caso dette, ma che sono difficili da dire e che a volte noi adulti vorremmo risparmiarci di dire...!

Gli adulti spesso non ripongono sufficiente fi­ducia nei bambini e nei ragazzi; pensano che non siano in grado di cogliere emozioni forti come il dolore della morte di una persona cara. Credono di dover "omettere di dire" cosa sta succedendo per risparmiare il piccolo dal dolore che accomuna la famiglia in quel momento, credono che non dire o mentire, sia a fin di bene, come se il bambino vivesse in una bolla e non sentisse che attorno a lui tutti stanno soffrendo.

Non esiste "il modo giusto" per confrontare un bambino con la realtà di un lutto, esiste la convinzione che vivere questo momento “surfando L’onda" della tristezza, del dolore, della paura sia Tunica strada per andare oltre e fare di questo momento una vera occasione di crescita.

I bambini sono pratici e tendono a fare domande pratiche, esigono risposte coerenti e legate al loro vissuto, ma più di noi adulti essi hanno un’innata capacita di resiliere.

La resilienza e quella capacita di affrontare le avversità della vita, come ad esempio una morte improvvisa, e di uscirne addirittura rinforzati trasformando il dolore o il trauma in risorsa per continuare a vivere una vita degna di essere vissuta. In natura la resilienza e paragonata a quei fiori coraggiosi che riescono a crescere nel deserto o sull’asfalto, laddove le avversità sono numerose e la volontà per crescere malgrado quest’ultime e indispensabile. De Andre ha cantato in modo poetico questo concetto in "Via del Campo"...: Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori /

Negli anni ottanta autori2, legati alle scienze umane hanno cominciato ad interessarsi a questo concetto cosi presente in natura e già studiato nella fisica dei materiali, dove si spiega che un materiale resiste e non si spezza sotto un urto avverso che in natura può essere il vento, la neve, L’acqua e altro ancora. Questi autori hanno ipotizzato che L’es­sere umano subisce numerosi colpi nella propria vita e spesso si rialza e continua il suo cammino a volte addirittura rafforzato da queste cadute. L’interesse degli studiosi e stato quello di cercare come riuscisse L’uomo ad andare oltre situazioni quali anni in campo di concentramento, le guerre e la fame, gli abusi e i maltrattamenti, i lutti e le separazioni, quali fossero i fattori di protezioni che creassero condizioni di recupero da ogni tipo di evento traumatico. Una risposta la si trova in parte nelle ricerche che hanno indicato L’esistenza di tre aree di fattori protettivi: alcuni da ricercare nelle caratteristiche indivi­duali, altri nell’ambiente famigliare e altri ancora nel contesto sociale allargato.

Mi piace ricordare che Primo Levi e stato il primo a porre le basi per un interesse delle scienze umane nei confronti del concetto di resilienza. Se questo e un uomo3, rivela al mondo intero L’inferno dell’olocausto, ma anche la forza d’animo di quanti hanno cercato di resistere. Levi scrive: "La capacita umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa, anche in circostanze apparentemente disperate, e stupefacente, e meriterebbe uno studio più approfondito.“

Perché un bambino possa resiliere e andare oltre, ad esempio, la perdita di una persona cara deve avere attorno a se adulti che l’aiutino a coltivare l’autonomia, il senso di fiducia personale, una certa apertura alle relazioni sociali, la capacita di risolvere problemi e di prendere decisioni, il sapersi porre degli obiettivi e il saperli raggiungere. L’attitudine alia resilienza richiede la capacita di dare un senso a ciò che e accaduto, gestire delle forti emozioni, continuando a prendersi cura di se e a credere in un progetto futuro. Questi adulti possono essere i genitori, ma anche i docenti, gli allenatori, la madrina o il padrino, ogni adulto che sappia ricoprire un ruolo di tutore di resilienza: adulti presenti accanto a bambini o ragazzi confrontati alia morte che sappiano aiutarli ricordando loro chi sono (...al di la del lutto), cos’hanno (...a disposizione come mezzi per farcela) e cosa possono (...fare per andare oltre e crescere a partire da questa dolorosa esperienza). Non si tratta di sminuire, banalizzare, si tratta d’incontrare la sofferenza, accettarla e trovare forme di elaborazione che permettano al bambino o al ragazzo d’integrare le parti di luce con le parti buie di quel momento, le risorse con i limiti e ricordare ai più giovani che L’esperienza traumatica che rimane scritta nel profondo dell’animo può diventare occasione formativa.

<p "="" align="left">Non si tratta neppure di una metamorfosi; il bambino non cancella il suo dolore, non elimina il trauma della perdita, ma trasforma interiormente e soggettivamente questo dolore in ...qualcos’altro, diverso per ognuno. Si tratta di un cammino, di un processo di cambiamento, non di un intervento puntuale. Questo percorso richiede tempo e non può essere stabilito in un tempo finito: ogni bambino ha i suoi tempi, ogni ragazzo matura le sue esperienze dolorose con i suoi ritmi. II ruolo dell’adulto e di vegliare che questi tempi vengano rispettati e che questo processo di trasformazione venga innescato. Da quel momento, ognuno "danzerà" il suo dolore, "surferà" la sua onda e con fiducia guarderà ad un futuro ancora degno di essere vissuto.

Sonia Lurati

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Sonia Lurati Studio di consulenza pedagogica

www.consulenzapedagogica.ch

lurati.sonia@bluewin.ch

  1. Fabrizio De Andre in Via del Campo, 1967
  2. Tra questi Solnit AJ. E Werner (1982) e in seguito negli anni ‘90 Cyrulnick B e per L’ltalia Malaguti E. Della Malaguti interessante citare: Educarsi alla resilienza: come affron­tare crisi e difficolta e migliorarsi, Erickson, 2005
  3. Levi P., Se questo e un’ uomo, versione originate 1947