Una lingua non basta

(Ticinosette No. 35, 2014.08.29)

Famiglia e apprendimento. Bilinguismo e plurilinguismo sono fenomeni che, indotti da situazioni sociali molto complesse quali migrazioni, comunicazioni e scambi, condizionano la vita e i destini di molte persone. Perciò continuano a suscitare grande interesse e ad alimentare dubbi e contrasti. Ne parliamo con il professore Raffaele De Rosa, linguista e germanista, docente e autore di un interessante saggio dedicato a questi temi.

Parlare bene una o più lingue straniere è sempre stato un grande vantaggio. Anche quando era sufficienteun solo idioma per comunicare quasi ovunque, come capitava in passato con il latino e avviene attualmente con l'inglese. Ma oggi la realtà linguistica, specialmente in Europa, è molto complessa a causa della maggiore mobi­lità delle persone, oltre che delle idee, delle informazioni e del sapere. Aumentano così i matrimoni misti, e quindi le situazioni di bilinguismo o plurilinguismo in famiglia ma anche a scuola.

È un bene? O è un problema per bambini e scolari, un ostacolo in più sul cammino della loro formazione? In de­finitiva, non si va predicando che basta conoscere soltanto l'inglese per soddisfare quasi tutte le esigenze comunicative del nostro tempo, nella professione, negli studi e nei viag­gi? Persino da noi, nella quadrilingue Svizzera, l'inglese si va insinuando come "passe-partout" linguistico che tende a relegare in secondo piano gli idiomi ufficiali elvetici.

Molte culture, tanti idiomi, qualche dubbio

Ce n'è abbastanza, come si vede, per alimentare valutazioni contrastanti e pregiudizi, non soltanto sull'apprendimento di due o più lingue diverse dalla lingua madre, ma persino sull'acquisizione spontanea in famiglia di parlate "stranie­re". Questo non succede soltanto in Ticino, ma un po' in tutti i cantoni svizzeri, le cui scuole sono frequentate da allievi di innumerevoli nazionalità, provenienti da tradi­zioni familiari e culturali anche molto lontane dalle nostre. Il rischio di una babele linguistica però non esiste, perché tutti sono obbligati ad apprendere la lingua del posto. Ma la babele delle famiglie plurilingui, pressate dalla necessità dell'integrazione nella società locale, continua comunque a generare il dubbio se mantenere e coltivare le proprie lingue d'origine, oppure rinunciare a trasmetterle nella convinzione che i figli debbano incontrare il minor nu­mero di ostacoli nell'apprendimento della lingua locale. È una situazione complessa, che si può certamente affrontare e analizzare partendo da differenti punti di vista.

Un discorso globale, che li comprenda tutti, è evidente­mente impossibile per ragioni di spazio. Ci siamo perciò limitati a porre qualche domanda su alcuni aspetti impor­tanti a uno specialista del settore, il professore Raffaele De Rosa. Linguista e germanista, De Rosa è stato professore di filologia germanica all'università Ca' Foscari di Venezia e attualmente è docente presso l'Alta scuola di pedagogia di Sciaffusa. Conduce ricerche sull'educazione plurilingue e sull'acquisizione delle abilità di base, come la lettura e la scrittura, in età prescolare nelle famiglie plurilingui. In al­tre parole, Raffaele De Rosa è un convinto sostenitore della capacità dei bambini di imparare precocemente anche a leggere e scrivere, e non solo a parlare, in diverse lingue.

Teoria e pratica delle lingue

La sua non è solo teoria. Da padre che parla in italiano con i figli, i quali parlano in svizzero-tedesco con la madre e poi spagnolo, inglese e altro, De Rosa ha scritto Riflessioni sul plurilinguismo. Uh dialogo privato su un fenomeno pubblico in espansione (Casagrande, 2009). Un libro con il quale ha inteso dare qualche consiglio, sia ai genitori che volessero sostenere al meglio il plurilinguismo dei loro figli sia agli insegnanti su come comportarsi davanti al plurilinguismo dei loro alunni. Ma ora De Rosa vuole riprendere l'argo­mento — soprattutto, dice, "tenendo in considerazione certe prese di posizione ancora diffuse a vari livelli istituzionali, politici, autorità scolastiche, insegnanti" — con una nuova pubblicazione (non ancora edita) dal provocatorio titolo Odio il tedesco! Riflessioni sulle lingue imparate e insegnate.

Professore De Rosa, bilinguismo e plurilinguismo sono fenomeni piuttosto frequenti in Svizzera. Ma come si possono definire esattamente?

La differenza tra bilinguismo e plurilinguismo sta nel numero di lingue in gioco. Un bilingue è in genere in grado di usare senza grandi sforzi nella vita quotidiana due lingue spesso acquisite fin dalla prima infanzia o in età precoce. Il plurilingue è in grado di fare lo stesso con più di due lingue.

Lei distingue tra lingue acquisite e apprese. Quali limiti differenziano l'acquisizione dall'apprendimento? Le lingue acquisite sono quelle ricevute dall'infanzia in famiglia o in situazioni sostanzialmente informali. Le lingue apprese sono, invece, quelle imparate a scuola con valutazioni periodiche. Sono convinto che per quanto riguarda l'acquisizione linguistica in famiglia sia fondamentale la qualità della trasmissione, cioè la ricchezza degli stimoli linguistici con i quali sono confrontati i bambini fin dalla nascita. Ascoltare, parlare, leggere e scrivere sono attività comunicative che hanno a che fare con l'educazione dei propri figli indipendentemente dalle lingue usate. Anche a scuola si possono acquisire in modo spontaneo le lingue attraverso il contatto quotidiano con i propri compagni e/o con gli insegnanti. Il problema è che le lingue apprese esclusivamente in modo scolastico spesso non sono molto amate nonostante gli sforzi fatti per renderle "appetibili" sotto vari punti di vista, sia pratici (per esempio, l'utilità professionale) sia idealistici (per esempio, l'apertura interculturale). Forse bisognerebbe fare una seria riflessione didattica e pedagogica sui motivi che portano molte persone, alla fine del proprio percorso scolastico, a provare una sostanziale disaffezione per le lingue apprese a scuola. In ogni caso, attraverso il semplice apprendimento di una lingua straniera per poche ore settimanali a scuola non si diventa bilingui/plurilingui. Al massimo, nei migliori dei casi, una persona può possedere una certa conoscenza della grammatica e lessicale di questa lingua che successivamente può approfondire e migliorare in vari modi, non sempre attraverso le vie scolastiche normali.

Ma quanto l'acquisizione è più efficace dell'apprendi­mento di una o più lingue diverse dalla lingua madre? Il vantaggio dell'acquisizione spontanea è che nessuno dà voti su quello che si produce linguisticamente fin quando la comu­nicazione funziona in modo efficace. Sta nel buon senso delle persone creare le condizioni ideali affinché questo avvenga. L'apprendimento scolastico classico, invece, tende a valutare co­stantemente quello che l'allievo produce ponendo l'accento quasi esclusivamente sull'aspetto formale e sull'eliminazione totale di qualsiasi devianza. Con la costante paura di sbagliare può essere difficile apprendere e usare in modo efficace una lingua.

Come deve comportarsi la scuola di fronte a ragazzi che già in famiglia sono bilingui o plurilingui? Quali pro­blemi specifici pongono questi allievi?

Credo che la scuola debba iniziare a considerare con maggiore attenzione le competenze linguistiche acquisite in famiglia dai bambini alloglotti [parlanti una lingua diversa da quella ufficiale, ndr.]. In certe attività scolastiche tali competenze possono essere perfino attivamente integrate. Chiaramente all'inizio del percorso scolastico di questi bambini ci possono essere delle difficoltà a causa delle conoscenze ancora "insuffi­cienti" della lingua scolastica. Fondamentale è qui l'atteggia­mento dell'insegnante che dovrebbe dotarsi, a mio avviso, di una certa dose di sensibilità, pazienza e apertura mentale. Credo comunque che l'inserimento precoce dei bambini alloglot­ti nelle strutture prescolari a stretto contatto con i bambini nativi possa essere considerato una misura molto utile per an­ticipare l'acquisizione spontanea e il successivo apprendimento della lingua scolastica. Gli effetti sarebbero molto positivi.

In quali condizioni il bilinguismo e il plurilinguismo rappresentano un reale vantaggio per i ragazzi, in mo­do certo e documentato?

Il bilinguismo/plurilinguismo è innanzitutto una condizione mentale che permette, nella maggior parte dei casi, di avere un accesso privilegiato non solo alle lingue del proprio repertorio ma anche a quelle "straniere" acquisite o apprese successiva­mente. La capacità di fare, anche intuitivamente, confronti grammaticali, sintattici e lessicali tra le lingue è una strategia cognitiva importantissima che si può sviluppare fin dalla prima infanzia. Molto dipende però anche dalla qualità dei contatti linguistici con i quali si è confrontati e questo vale a qualsiasi età, visto che in certe condizioni si può diventare bilingui/plu­rilingui anche da adulti.

In un mondo dove l'inglese, quale lingua veicolare della cultura, delle scienze e delle relazioni sociali tende a sostituire lo studio e l'uso delle altre lingue nazionali, che senso ha ancora coltivare o imporre a scuola il plu­rilinguismo? Non rischia, questo, di diventare un peso eccessivo per molti scolari?

La conoscenza della lingua inglese è certamente importante per i motivi elencati. Il problema è capire che cosa significa oggi lingua (e cultura) inglese, un tema che necessiterebbe di una approfondita analisi e discussione. Io credo che ci sia ancora oggi un malinteso di fondo dietro a certe affermazioni. Secondo me a scuola non si diventa bilingui o plurilingue. Non almeno nei termini caratterizzati da poche ore settimanali di inglese, tedesco, francese o italiano istituzionalmente imposte da autorità scolastiche in sistemi solo a parole plurilingue, ma sostanzialmente orientati in modo monolingue. Il fenomeno del bilinguismo/plurilinguismo è invece molto più grande, ricco e per certi versi difficile da definire con precisione a causa delle sfaccettature personali e sociali che lo contraddistinguono.

Esso riguarda, tuttavia, una fascia di popolazione scolastica ancora ignorata o vista con sospetto a livello istituzionale. E così troviamo situazioni paradossali nelle quali l'insegnante pretende dai propri alunni l'uso corretto del "past tense" inglese, ma non si preoccupa affatto se essi conoscono forme analoghe nelle proprie lingue. Il risultato di un tale atteggiamento tradi­zionalista è che oggi molte persone credono effettivamente che basti la conoscenza dell'inglese e qualche altra lingua "presti­giosa" da inserire in un elenco curriculare per essere considerati bilingue/plurilingue a tutti gli effetti. È vero che con il mondo si può parlare in "global english", ma la maggior parte della comunicazione sociale (anche nell'era virtuale) avviene in altre lingue. Per me è invece molto riduttivo credere che il bilinguismo/ plurilinguismo di una persona passi esclusivamente attraverso la conoscenza di questa lingua; credo piuttosto che tutte le lingue umane abbiano il diritto di essere tenute nella giusta conside­razione indipendente dal cosiddetto "prestigio". E questo vale sia in famiglia sia a scuola...

Quali sono e come nascono i pregiudizi più diffusi verso bilinguismo e plurilinguismo?

Per alcuni, una persona bilingue o plurilingue dovrebbe essere in grado di usare perfettamente a tutti i livelli le proprie lingue, esattamente come un parlante nativo possibilmente scolariz­zato a un livello piuttosto elevato. A mio avviso la cosiddetta "perfezione" linguistica è una semplice astrazione comoda per definire certi parametri didattici e pedagogici che però non coincidono con i processi naturali dell'acquisizione delle lingue. Spesso l'unico parametro di riferimento adottato per valutare le competenze degli allievi alloglotti è esclusivamente basato sulla lingua insegnata. Si tratta quindi di una visione "monolingue" e sostanzialmente restrittiva che non tiene sufficientemente in considerazione le competenze linguistiche acquisite in precedenza. Particolarmente inviso a molti, soprattutto negli ambienti scolastici, è anche il fenomeno della commutazione del codice linguistico ("code switching"), cioè il mescolamento delle lingue tipico dei bilingui/plurilingui abituati ad attingere continuamente nella loro comunicazione dalle lingue in proprio possesso. Per i "puristi" si tratta di aberrazioni che rispecchiano eufemisticamente una certa "confusione". Sono invece semplici strategie comunicative dalle quali emerge la capacità di utiliz­zare in modo ottimale le proprie competenze in certe situazioni. I temi legati alle lingue, alla loro evoluzione e alla comuni­cazione umana sono in effetti molti e tutti estremamente importanti... Ma il discorso da fare, come si può immaginare, diventerebbe piuttosto lungo e molto complesso.